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La vergogna di via Vannina: viaggio nell’inferno dei migranti sgomberati

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Nell’area sgomberata non si entra. Il cancello è chiuso e controllato giorno e notte da due vigilantes privati ingaggiati dalla proprietà. Dalle grate qualcosa si intravede: una distesa di tavole di legno e compensato, i resti delle baracche di fortuna che fino a qualche giorno fa hanno ospitato centinaia di immigrati. L’8 giugno i reparti celere hanno smantellato tutto, nelle stanze interne e nel cortile. Si sono introdotti con un blitz dentro il vecchio capannone industriale, privato, occupato ormai da anni da famiglie di origine africana (in larga maggioranza con permesso di soggiorno e i bambini regolarmente iscritti a scuola) oggi costrette in strada: 500 persone che hanno perso tutto. Siamo in via di Vannina, una stradina chiusa nota giusto ai residenti della zona, a un chilometro dal capolinea Rebibbia della metro B, parallela alla ben più conosciuta via Tiburtina. Dall’operazione degli agenti è trascorsa una settimana.
“Il palazzone è vuoto, dentro non c’è niente da vedere”. Maurizio ci blocca all’ingresso. E’ uno degli impiegati del servizio di guardiania. I migranti che fine hanno fatto? “Molti si sono spostati dall’altra parte”. Ci indica il fabbricato esattamente adiacente, civico 76, separato dal primo da una grata sormontata da filo spinato. Una montagna di sacchi neri pieni di rifiuti dà il benvenuto all’ingresso. Anche questo è occupato da anni e anche qui è arrivata la polizia, esattamente due giorni dopo: ha trasferito 130 persone in via Patini presso l’Ufficio immigrazione della Questura per l’identificazione. E denunciato tutti per occupazione abusiva. Ma la struttura è rimasta accessibile, nessuna vigilanza e nessun proprietario sul posto. Poche ore più tardi uomini, donne e bambini sono rientrati, insieme agli sfollati dello stabile “gemello” al civico 74.
Cinquecento metri quadrati di stanzoni fatiscenti distribuiti su due piani. Difficile chiamarla casa. Le famiglie hanno ricavato stanzette improvvisate con pannelli in plastica e legno chiusi da teli e parei. I più “fortunati”. Poi c’è chi è costretto dentro un bugigattolo con un materasso incastrato tra la parete, un’enorme botola arrugginita e un cartello: “centrale termica”. In pochissimi parlano italiano. Bubacar ha 16 anni, del Ghana, a Roma da dicembre, e in via Vannina grazie al passa parola tra connazionali. E’ con la madre, il padre, il fratello coetaneo. Sta lavando i vestiti con l’acqua che il proprietario dello stabile sgomberato ha gentilmente concesso.
“Ci hanno permesso di attaccarci all’allaccio con un tubo” racconta Asad, 27 anni, in Italia da 10, in via Vannina da pochi mesi. Conosce bene la nostra lingua e ripercorre rapidamente gli attimi dell’operazione di polizia. “Ho visto con i miei occhi la violenza dei poliziotti, un ragazzo l’hanno aggredito, buttavano a terra le cose le prendevano a calci. Uno mi ha minacciato”. Qualche soluzione alloggiativa dal Comune? Un sostegno anche solo informativo? “Non abbiamo visto nessuno”. Dallo staff dell’assessore al Sociale Laura Baldassarre un’altra versione dei fatti: “Sono state offerte sistemazioni alternative nei residence per l’emergenza abitativa ma le hanno rifiutate. Lo sgombero comunque è avvenuto perché è proprietà privata, non del Comune”.

Anche Abdul, 43 anni, nigeriano, si lamenta in un misto di francese e italiano: “Perché nessuno ci ha avvisati? In Francia e altri paesi europei c’è un preavviso agli sgomberi, almeno dieci giorni. Solo qui in Italia funziona così. Arrivano e cacciano via”. Si racconta seduto su una sedia, mentre addenta una coscia di pollo appena cotta su uno dei quattro fuochi alimentati da una bombola a gas. “L’inverno è difficile, non c’è riscaldamento, fa molto molto freddo”. La “zona cucina” è delimitata da tra muretti tirati su a secco. Sul pavimento cumuli di detriti, vestiti sporchi, coperte, valigie rotte, calcinacci, scarpe spaiate, teste di bambole, un paio di minuscoli pattini a rotelle, cover per il cellulare, una decina tutte uguali ancora incartate, forse pronte per essere vendute da chi, da ambulante, ha cercato di portare a casa qualche spiccio. L’aria è intrisa di polvere e fumo.
“Sono qui da due anni, ma a Roma dal 2008, ero nei centri di accoglienza, due volte ci sono stato, ma dopo due volte devi uscire per forza. E qui una casa non la trovi”. Abdul ha un regolare permesso di soggiorno, anche Isatu, 40 anni della Sierra Leone. E Jon, 25 anni, della Guinea. Dicono di essere tutti regolari nel nostro Paese. E ci tengono a sottolineare che i loro figli vanno a scuola nel quartiere. “Li portiamo con i mezzi pubblici”. Regolari in Italia ma costretti a dormire in condizione inumane, chi nelle stanze di quel girone infernale, chi direttamente per strada, nell’ultimo tratto di via dove hanno accumulato materassi, effetti personali, giochi per i più piccoli, e poi pacchi di biscotti, succhi di frutta, carta igienica, assorbenti per le donne, tutto quello che è stato donato nei giorni scorsi dalle associazioni umanitarie accorse sul posto.

I volontari dell’ex Baobab, Medici per i diritti umani, Alter Ego Legal Service, l’hanno definita “un’incredibile violenza urbana, sociale, politica, umanitaria”. Specie per l’indifferenza generale che ha fatto da sfondo. Perché “nessuna organizzazione umanitaria è stata contattata e coinvolta in un’operazione del genere, nessuno neanche dal Comune di Roma si è posto il problema di dove ricollocare 500 persone tra i quali soggetti vulnerabili”. Donne, qualcuna in gravidanza, e bambini. Tanti bambini che il Campidoglio ha ignorato.

In collaborazione con:

 romatoday

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